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Pio X e Benedetto XV: continuità o rottura?
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Nel presente articolo mi avvalgo di un saggio critico redatto da Annibale Zambarbieri, che è intervenuto per illustrare - anche in base alle più recenti acquisizioni dei documenti sui pontificati di Pio X e di Benedetto XV - quali siano state le eventuali differenze o “discontinuità” tra San Pio X e papa Giacomo Della Chiesa  (cfr. A. Zambarbieri, Continuità e discontinuità: Pio X, Benedetto XV, Pio XI, in A. Melloni - diretto da - Benedetto XV. Papa Giacomo Della Chiesa nel mondo dell’inutile strage, Bologna, Il Mulino, 2017, II vol., pp. 1111-1119).

Attenzione! Gli storici - su cui mi baso sostanzialmente, ma non esclusivamente per questa serie di articoli - sono teologicamente progressisti, modernizzanti e qualcuno persino filomodernista, ma tolto il loro giudizio “teologico” personale (che non condivido assolutamente) sui fatti che commentano, la loro ricerca storica è stata fatta oggettivamente molto bene ed è basata su documenti che sono divenuti solo recentemente consultabili. Quindi mi avvalgo delle informazioni oggettive e recenti che ci danno, non condivido il loro giudizio personale sfavorevole nei riguardi di San Pio X assieme al cattolicesimo integrale e favorevole nei confronti dei modernisti.

Tuttavia noto una certa convergenza di conclusioni personali - quanto al giudizio portato su Benedetto XV - tra monsignor Benigni con il suo entourage e questi storici filomodernisti. Infatti entrambi vorrebbero ricondurre (per eccesso o per difetto, da “destra” o da “sinistra”) la figura di Benedetto XV alla corrente del modernismo, presentandolo in rottura sostanziale con Pio X; monsignor Benigni per dare addosso a Benedetto XV; i progressisti per screditare San Pio X e il cattolicesimo integralmente tradizionale ed antimodernista. Non concordo con questa tesi preconcetta (Benedetto XV modernista o liberale), che è smentita dai fatti storici e dai documenti dottrinali e magisteriali di monsignor Giacomo Della Chiesa (poi Benedetto XV).

Personalmente propendo per il cattolicesimo integrale (monsignor Henry Delassus, monsignor Leon Meurin, monsignor Ernest Jouin, monsignor Luigi Carli, monsignor Francesco Spadafora, monsignor Antonino Romeo, monsignor Pier Carlo Landucci …), ma non posso accettare il modo di agire di alcuni “integrali” del Sodalitium Pianum, che pur avendo un ottimo programma dottrinale hanno deviato da esso quanto alla sua applicazione pratica, scambiando le loro “ipotesi” per “tesi” assolutamente certe; come pure non condivido assolutamente il filo-modernismo, la critica ingenerosa e preconcetta nei confronti di San Pio X e del cattolicesimo integrale; non vedo sostanziali diversità di dottrina e di governo della Chiesa tra Pio IX, Pio X, Leone XIII, Benedetto XV, Pio XI e Pio XII (1846-1958); mentre discontinuità oggettive si riscontrano realmente tra questi Papi e i Papi “conciliari”, da Giovanni XXIII sino a Francesco (1958-2020).

Giacomo Della Chiesa arcivescovo di Bologna

Lo Zambarbieri cita una frase del filosofo francese Emile Boutroux, che nel 1910 si augurava “una futura èra di espansione e di riconciliazione [della Chiesa, ndr] col mondo” (Préface, in M. Pernot, La politique de Pie X: 1906-1910, Parigi, 1910, p. XIX), naturalmente il Boutroux, che era un immanentista, era insoddisfatto del pontificato di papa Sarto, poiché lo giudicava troppo rigido, integralmente cattolico, non aperto alle istanze del mondo moderno e addirittura eccessivamente antimodernista.

Annibale Zambarbieri vede nella frase speranzosa del Boutroux una certa allusione alla figura dell’allora (1910) Arcivescovo di Bologna (1907-1914), monsignor Giacomo Della Chiesa (1854-1922), nominato cardinale nel maggio del 1914 e divenuto Papa il 3 settembre del medesimo anno, presentandola come “un segno di un possibile cambiamento di rotta” (A. Zambarbieri, cit., p. 1111).

Nel 1910, con il pontificato di San Pio X, si era in piena attività di repressione del modernismo e gli spiriti “aperti”, quali il Boutroux, anelavano ad un “cambiamento di rotta” radicale. Ora, nell’affrontare la questione dei rapporti tra Pio X e Benedetto XV, si constata tra certi storici una certa tendenza esagerata a voler contrapporre le figure di Pio IX/Pio X (presentati come “tradizionalisti) con quelle di Leone XIII/Benedetto XV/Pio XI/Pio XII (presentati come “moderati”, termine assai vago che vorrebbe significare “liberali” o addirittura “filo-modernisti”).

In realtà non si riscontra questa diversità sostanziale di dottrina tra i due “schieramenti”, ma solo un diverso modo di azione, ossia di governo della Chiesa, il quale sotto Pio IX e Pio X fu assai rigoroso e intransigente; mentre conobbe, in certi casi particolari ma non sempre (v. il non expedit di Pio IX in Italia, che fu mantenuto da Leone XIII e scavalcato da Pio X), con gli altri suddetti Pontefici (Leone XIII, Benedetto XV, Pio XI e XII) una maggiore flessibilità; tuttavia quanto alla dottrina vi fu una piena e totale continuità magisteriale da Pio IX sino a Pio XII.

Inoltre nel 1910, ci informa lo Zambarbieri, “si andava allestendo una ristrutturazione della Curia Romana, che avrebbe aumentato il potere della Segreteria di Stato [con il cardinale Raffaele Merry del Val, ndr] e soprattutto della Congregazione Concistoriale [con il cardinale Gaetano De Lai, ndr], nella quale il protagonismo del card. De Lai imprimeva accelerazioni sempre più vigorose alla lotta antimodernista” (A. Zambarbieri, cit., p. 1111).

Monsignor Dalla Chiesa era entrato nel 1907 nella diocesi di Bologna ed aveva lasciato, così, il suo incarico in Segreteria di Stato.

Secondo il giornalista molto bene informato nelle vicende della Curia Romana di allora, Filippo Crispolti, il cardinal del Val avrebbe fatto allontanare monsignor Della Chiesa dalla Curia Vaticana per neutralizzare i collaboratori del cardinal Mariano Rampolla del Tindaro (Della Chiesa e Gasparri) che lavoravano allora nell’apparato centrale del Vaticano, tramite un classico  “promoveatur ut amoveatur” (cfr. I. Grossi, L’elezione di Benedetto XV in alcune lettere del marchese Crispolti, in “Vita Sociale”, marzo/aprile 1967, p. 231).

Zambarbieri (cit., p. 1112) scrive (citando la lettera scritta da monsignor Giacomo Della Chiesa a suo fratello Giovanni Antonio  Della Chiesa, il 5 ottobre del 1907) che San Pio X, il 4 ottobre del 1907, comunicò a monsignor Della Chiesa, con una sincera cordialità la notizia della sua futura consacrazione episcopale e la sua destinazione per Bologna.  Poi lo storico commenta: “Il suo ministero diocesano in Bologna ebbe sin dall’esordio un timbro distinguibile” (ivi), in cui l’Autore ravvisa “il segnale della apertura e riconciliazione evocate dal Boutroux” (ivi). Infatti, secondo lui, il nuovo arcivescovo di Bologna nella sua prima Lettera Pastorale del febbraio 1908 (cfr. A. Scottà, Giacomo Della Chiesa arcivescovo di Bologna. L’ottimo noviziato spirituale di papa Benedetto XV, Soveria Mannelli, 2002, pp. 83-560) affrontò la questione modernista e scrisse che, se le dottrine modernistiche fossero potute penetrare tra i fedeli della sua diocesi, egli avrebbe lanciato sùbito l’allarme per “allontanare i suoi figli dai pascoli avvelenati, ricorrendo anche ai castighi” (ivi). Tuttavia, aggiunge Zambarbieri, “come padre e pastore ne avrebbe procrastinato l’uso sino all’estremo limite consentito alla sua coscienza. O nel farne uso, si sarebbe assicurato che il castigo fosse veramente salutare per i suoi figli” (ivi).

Mi permetto di notare che vi è una smania eccessiva (sia da parte di storici aperti alla modernità come lo Zambarbieri, sia di storici più inclini alla tradizione come Umberto Benigni) di voler portare monsignor Della Chiesa dalla parte dei “modernizzanti” e di allontanarlo dalla teoria e soprattutto dalla prassi seguita da Pio X nella questione antimodernista, ma non ne vedo la ragione. Infatti, nella sua Lettera Pastorale, monsignor Della Chiesa condanna nettamente il modernismo, poi afferma soltanto che cercherà di ritardare il castigo (verso coloro che vi aderissero) solo in ciò che è lecitamente consentito alla coscienza cattolica e che lo darebbe immancabilmente qualora gli apparisse chiaro che ciò sarebbe un bene salutare per le anime dei suoi fedeli. Ora non si scorge in ciò nessuna tendenza modernizzante, ma soltanto la volontà di castigare legittimamente - i veri colpevoli di modernismo e non i presunti - nell’ottica di conseguire effetti salutari per gli eventuali condannati. Qui sta tutta la “differenza” tra il modo di agire e non la dottrina del futuro Benedetto XV e di Pio X: una differenza accidentale quanto al modo di condannare, più rigoroso in San Pio X (mai ingiusto, come dicono i modernisti) e più “medicinale” in Benedetto XV, ma assolutamente non si può parlare di modernismo o di liberalismo in papa Della Chiesa, come ha fatto monsignor Benigni e come cerca di fare Zambarbieri.

La Lettera Pastorale del 1908 di monsignor Della Chiesa, di cui tratta lo Zambarbieri, ci fa capire molto di ciò che caratterizzerà il pontificato del futuro Benedetto XV (1914-1922): dottrina rigorosamente antimodernista, ma volontà di non eccedere nella condanna dei modernisti per non sradicare il “buon grano” assieme alla “zizzania”, non c’è in Benedetto XV nessun cedimento verso il modernismo, nessuna arrendevolezza verso i modernisti, ma solo un modo estremamente cauto (su cui si può discutere pacificamente ed obiettivamente) di procedere nella repressione dell’errore per evitare ogni possibile sbaglio o condanna di innocenti.

La diversità reale non si trova tra Pio X e Benedetto XV, ma tra Benigni e Della Chiesa e oggettivamente non si può dar torto a Della Chiesa e ragione a Benigni (anche se il programma dottrinale di Benigni è avvincente, mentre il suo modo di agire lo è molto meno). Infatti Zambarbieri cita una lettera scritta da monsignor Della Chiesa al cardinal Gaetano De Lai (5 dicembre 1912), in cui egli asseriva di disapprovare “i metodi seguiti dalla rivista L’Unità Cattolica e dalla Riscossa” inoltre esprimeva il suo rincrescimento “poiché la Santa Sede ci perde in quanto molti dicono che la Santa Sede tace se L’Unità non parla. Io vorrei invece che la Santa Sede fosse prima a parlare” (Disquisizione sulla beatificazione e canonizzazione di Pio X, Roma, 1959, pp. 127-128). Ora se si pensa ai modi di agire, anche se animati dalle migliori intenzioni, di alcune riviste - che ancor oggi si rifanno al Sodalitium Pianum di monsignor Benigni - non si può non scorgere in esse oggettivamente uno spirito eccessivo di critica, che arriva sino alla calunnia ed anche alla condanna, che non discerne il vero dal falso e che stronca tutto ciò che si discosta dal proprio modo di vedere le cose, pure in materie opinabili.

Certamente “questo freno alle polemiche, riscontrabile nelle parole e nei silenzi dell’arcivescovo di Bologna, fu interpretato da alcuni [Benigni e sodali, ndr] come mancanza di zelo antimodernista” (A. Zambarbieri, cit., p. 1112), mentre era solo volontà di non condannare l’innocente.

Della Chiesa cardinale (maggio 1914), Papa (settembre 1914)

Inoltre è utile notare come questa attitudine dell’arcivescovo di Bologna non sia stata la causa del ritardo con cui fu nominato cardinale (il 25 maggio 1914, ossia due mesi prima della morte di San Pio X, il 20 agosto 1914). Infatti tradizionalmente Bologna era sede cardinalizia, mentre monsignor Della Chiesa vi restò per circa 7 anni senza essere creato cardinale. Gli ambienti vicini a Benigni vollero veder in ciò una punizione da parte di Pio X nei confronti di Della Chiesa, che sarebbe stato reputato anche da papa Sarto un “modernizzante”, ma allora anche Pio X sarebbe stato connivente col modernismo avendo consacrato vescovo (1907) e creato cardinale (1914) un modernista. Invece, come spiega Zambarbieri (ivi), Pio X evitò per parecchio tempo di immettere nel Sacro Collegio nuovi cardinali (cfr. Revue Moderniste Internationale, Parigi, 1911, p. 46).

Intransigenza dottrinale di Benedetto  XV

Infine qualcuno ha sottolineato eccessivamente gli elementi di discontinuità tra il pontificato di Pio X e quello di Benedetto XV. Zambarbieri nota: “L’approdo di Della Chiesa al papato introdusse alcune cesure rispetto agli indirizzi precedenti. Quantunque si potessero constatare elementi di calibrata continuità. Sulla scorta di ricerche analitiche si può concludere che, senza transigere sui contenuti dottrinali, Benedetto XV mirò a non creare rotture con le persone, sanando nei limiti del possibile quelle pregresse ” (cit., p. 1113; cfr. M. Guasco, Fine dell’antimodernismo, in L. Mauro, a cura di, Benedetto XV. Profeta di pace in un mondo in crisi, Bologna, 2008, p. 236). Quindi Benedetto XV è reputato essere un Papa “dottrinalmente intransigente”, anche se nei casi pratici cercò di “sanare le ferite” che gli eccessi del SP avevano prodotto in alcuni singoli ecclesiastici. Non si deve dimenticare che se Benedetto XV sostituì Merry del Val con Gasparri alla Segreteria di Stato, nominò il cardinale del Val prefetto del Sant’Uffizio, lasciandogli una potenzialità enorme di repressione del modernismo e, quindi, di poter continuare a “mantenere le vecchie tradizioni” del precedente pontificato (A. Zambarbieri, cit., p. 1114).

Inoltre, nel settembre del 1914, il rettore dell’Istituto Cattolico di Parigi, il cardinale Alfred Baudrillart, riportava nel suo diario le voci che parlavano la ancora viva influenza esercitata da monsignor Umberto Benigni negli ambienti ecclesiastici, il quale sebbene “tramontato” era ancora in grado di intervenire riguardo  al pericolo modernista (cfr. P. Christophe, a cura di, Les carnets du cardinal Alfred Baudrillart, Parigi, 1994-2003, vol. I, p. 433, 30 settembre 1914).

d. Curzio Nitoglia

Fine Della Quarta Parte

Continua


 
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